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venerdì 3 luglio 2009

Primi appalti

INCHIESTA/ IL DOPO TERREMOTO
Abruzzo, l'uomo che ha avviato i lavori è legato ai prestanome di Ciancimino

L'Aquila, le amicizie pericolose
all'ombra della prima new town

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI


L'Aquila, le amicizie pericolose all'ombra della prima new town

Un depliant che illustra la new town

L'AQUILA - Nel primo cantiere aperto per ricostruire L'Aquila c'è un'impronta siciliana. L'ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia.

I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il "tesoro" di Vito Ciancimino.

Comincia da questa traccia e con questa ombra la "rinascita" dell'Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009. Comincia ufficialmente con un caso da manuale, una vicenda di subappalti e di movimento terra, di incastri societari sospetti. Tutto quello che leggerete di seguito è diventato da qualche giorno "materia d'indagine" - un'informativa è stata trasmessa dalla polizia giudiziaria alla procura nazionale antimafia - ma l'intreccio era già rivelato in ogni suo dettaglio da carte e atti di pubblico accesso.

Partiamo dall'inizio. Dai fatti, dai luoghi e dai nomi di tutti i protagonisti e dei comprimari di questo primo lavoro per il terremoto d'Abruzzo. Partiamo dalla statale 17, la strada tortuosa e alberata che dall'Aquila passa per Onna, il paese che non c'è più, il paese spazzato via alle 3,32 di quasi ottanta notti fa. È qui, sotto la collina di Bazzano, dove sorgerà la prima delle venti "piccole città" promesse da Berlusconi agli aquilani per la fine di novembre - sono le famose casette, i 4500 alloggi per ospitare fra i 13 mila e i 15 mila sfollati - che è stato dato il via in pompa magna alla grande ricostruzione. È qui che sarà costruita la prima "new town". È qui che hanno alzato il primo cartello: "Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto Ts". Ed è qui che l'imprenditore Dante Di Marco, alla fine di maggio, ha cominciato a spianare la collina con le sue ruspe e i suoi bulldozer. Così si chiama l'amico degli amici siciliani che nascondevano in Abruzzo i soldi di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

Dante Di Marco ha 70 anni, ha amicizie importanti in tutto l'Abruzzo, è residente a Carsoli che è un piccolo paese fra l'Aquila e Roma. L'appalto per rosicchiare la collina di Bazzano e sistemare una grande piattaforma di cemento - è là sopra che costruiranno quelle casette sostenute dai pilastri antisismici - è stato aggiudicato da un'"associazione temporanea di imprese". La capogruppo era la "Prs, produzione e servizi srl" di Avezzano, la seconda ditta era la "Idio Ridolfi e figli srl" (anch'essa di Avezzano, sta partecipando anche ai lavori per la ristrutturazione per il G 8 dell'aeroporto di Preturo), la terza era la "Codisab" di Carsoli, la quarta era l'impresa "Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl" di Tagliacozzo e la quinta l'"Impresa Di Marco srl" con sede a Carsoli, in via Tiburtina Valeria km 70.

L'impresa Di Marco è stata costituita nel 1993, ha una ventina di dipendenti e un capitale sociale di 130 mila euro, l'amministratore unico è Dante Di Marco (gli altri soci sono il figlio Gennarino e la figlia Eleana), la ditta non è mai stata coinvolta direttamente in indagini antimafia ma il suo amministratore unico - Dante - risulta come socio fondatore della "Marsica Plastica srl" con sede a Carsoli, sempre in via Tiburtina Valeria km 70. È questo il punto centrale della storia sul primo appalto del terremoto: un socio della "Marsica Plastica srl" ha praticamente inaugurato la ricostruzione.

Quest'impresa, la "Marsica Plastica srl", è molto nota agli investigatori dell'Aquila e anche a quelli di Palermo. È nata il 22 settembre del 2006 nello studio del notaio Filippo Rauccio di Avezzano. Tra i soci di Dante Di Marco c'era l'abruzzese Achille Ricci, arrestato tre settimane prima del terremoto per avere occultato i soldi di Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo. C'era Giuseppe Italiano (il nome di suo fratello Luigi è stato trovato in uno dei "pizzini" del boss Antonino Giuffrè quando era ancora latitante), che è un ingegnere palermitano in affari di gas con Massimo Ciancimino. C'era anche Ermelinda Di Stefano, la moglie del commercialista siciliano Gianni Lapis, il regista degli investimenti del "tesoro" di Ciancimino fuori dalla Sicilia.

Il 22 settembre del 2006, nello studio dello stesso notaio di Avezzano Filippo Rauccio, era stata costituita anche un'altra società, l'"Ecologica Abruzzi srl". Fra i suoi soci ci sono ancora alcuni della "Marsica Plastica srl" (la moglie di Lapis e il palermitano Giuseppe Italiano per esempio) e poi anche Nino Zangari, un altro imprenditore abruzzese arrestato il 16 marzo del 2009 per il riciclaggio del famigerato "tesoro" di don Vito. Erano due società, la "Marsica Plastica" e l'"Ecologica Abruzzo", che con la "Ricci e Zangari srl" - se non ci fosse stata un'inchiesta del Gico della finanza e i successivi arresti - avrebbero dovuto operare per la produzione di energia, lo smaltimento rifiuti, nel settore della metanizzazione. Un labirinto di sigle, patti, commerci, incroci. Tutto era stata pianificato qualche anno fa. E tutto alla luce del sole.

Ecco come ricostruisce le cose Dante Di Marco, l'imprenditore che ha vinto il primo sub appalto per la ricostrizione dell'Aquila: "Ho presentato una regolare domanda per accreditarmi ai lavori di Bazzano e sono entrato nel consorzio di imprese, che cosa c'è di tanto strano?". A proposito dei suoi vecchi soci siciliani ricorda: "Quella gente io nemmeno la conoscevo, mi ci sono ritrovato in società così, per fare il mio lavoro di movimento terra". E consiglia: "Chiedete in giro chi è Dante Di Marco, tutti diranno la stessa cosa: uno che pensa solo a lavorare con tutti quelli che vogliono lavorare con lui".

Proprio con tutti. Dante Di Marco ha una piccola impresa, tanti lavori e tantissimi amici in Abruzzo. È entrato in società non soltanto con i siciliani amici di Ciancimino ma anche con Ermanno Piccone, padre di Filippo, senatore della repubblica e coordinatore regionale del Pdl. Sono insieme dal 2006 - e con loro c'è pure il parlamentare del Pdl Sabatino Aracu, sotto inchiesta a Pescara, accusato di avere intascato tangenti per appalti sanitari - nella "Rivalutazione Trara srl", quella ha comprato alla periferia di Avezzano 26 ettari di terreno e un antico zuccherificio per trasformarlo in un termovalorizzatore. Fili che si mescolano, finanziamenti, compartecipazioni, una ragnatela. E appalti. Come quello di Bazzano, l'opera prima della ricostruzione. Per il governo Berlusconi è la splendente vetrina del dopo terremoto in Abruzzo. Per Dante Di Marco da Carsoli, socio dei soci dei Ciancimino, era un'occasione da non perdere.

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venerdì 29 maggio 2009

Sulla Casa dello Studente

Una piantina prova le crepe

di Lorenzo Colantonio
(18 maggio 2009)
Scoperta tra le macerie della Casa dello studente. Un giovane universitario sopravvissuto segna su ogni stanza le lesioni che esistevano già
L’AQUILA. E’ un documento eccezionale. E’ la prova dei crolli annunciati, delle crepe nel palazzo di cartapesta, di una colonna fradicia che scendeva fino alla sala della mensa, delle stanze diventate tombe e della paura che da cinque mesi, ogni giorno e poi ogni notte, faceva tremare quei ragazzi. E’ la pianta della Casa dello studente. Una mappa finora introvabile che diventa una delle prove d’accusa principali nell’inchiesta sul crollo e sui morti nel palazzo dell’Adsu in via XX Settembre all’Aquila. 

ERA TRA LE MACERIE. Il ragazzo che l’ha scoperta tra le macerie, girando e scavando insieme ai vigili del fuoco il 7 aprile scorso, tra le lacrime e la polvere, per trovare i corpi degli otto amici morti, l’ha tenuta nascosta fino a ieri mattina, per consegnarla al Centro. Lo ha fatto per ridare la carica all’inchiesta, per chiedere giustizia e per urlare tutta la rabbia che ha ancora in corpo. Di questo studente non possiamo svelare il nome. Ma quella notte era nella sua stanza. 

LUI SI E’ SALVATO. «Sono fuggito subito scendendo per le scale che crollavano dietro di me seppellendo i miei amici», racconta. Erano otto quegli amici. Erano Davide Centofanti, Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Alessio Di Simone, Francesco Maria Esposito, Huseim Hamade e Angela Pia che non ci sono più. Lui si è salvato con una missione da compiere: rendere pubblica la piantina che annunciava la catastrofe, la mappa sparita tra le macerie, la prova che nulla all’Aquila è crollato per caso. 

LE STANZE CROLLATE. Chiameremo Arcangelo lo studente che ha scoperto la piantina, è quella del terzo piano, crollato insieme agli altri piani. Ritrae sei stanze, scomparse nel nulla, come quelle del quarto piano e del secondo. Sei stanze diventate un cumulo di pezzi di mattoni e cemento fragili più della cartapesta. 

E’ UN DOCUMENTO. Sulla mappa Arcangelo ha segnato tutto ciò che ricordava. Ha indicato crepa su crepa, ognuna delle quali esisteva già prima delle 3.32 del 6 aprile, prima della scossa e della strage di ragazzi. «Colonna transennata» c’è scritto a penna in alto a sinistra. Per gli studenti quel pilastro portante era il tallone d’Achille del palazzo, denunciato chissà quante volte ai responsabili della Casa dello studente che però, interrogati dalla polizia, lo hanno negato. Nella stanza 307 viveva Roberta B., sul muro che confina con il bagno Arcangelo ha scritto «crepe». Come quelle della stanza 309, dove dormiva Elvira L.; oppure della 310 dove viveva Stefania C e della 311, la stanza di Giada B. Ricorda tutto Arcangelo che in ogni stanza della piantina ha segnato il nome dello studente che la occupava e ha indicato dov’erano le lesioni alle pareti. Ed è anche semplice per gli investigatori e per i magistrati Alfredo Rossini e Fabio Picuti verificare se lo studente scampato alla morte ricorda bene oppure no, perché Arcangelo ha segnato sulla piantina anche le crepe presenti nella parte della Casa dello studente rimasta in piedi, come quelle nelle stanza 302 e 305 del terzo piano, occupate rispettivamente da Marianna M. e Monica S. 

LE PROVE CI SONO. Quando ci sarà il processo, la piantina salvata da Arcangelo diventerà una prova contro chi ha aiutato il terremoto a creare i crolli. Allo stesso modo diventano importanti i verbali delle testimonianze degli studenti superstiti. Come quello di Giada che rivela alla polizia tre retroscena importanti per l’accusa. Di Giada abbiamo il verbale che pubblichiamo integralmente e dove si legge della denuncia contro un custode; dell’ascensore pericoloso e soprattutto dell’ammissione del rischio che incombeva sugli studenti da parte di un tecnico che, il 29 gennaio scorso, rivelò chiaramente che la struttura soffriva di «problemi di sovraccarico». 

IL VERBALE DI GIADA. «Dichiaro che dall’anno 2006 alloggiavo presso la residenza universitaria “Casa dello studente” dell’Aquila, situata in via XX settembre n.46/52, ora crollata in seguito alla scossa avvenuta il 6/04/09 alle ore 3.32 di notte», comincia così la testimonianza dell’universitaria superstite. «Dal dicembre 2008 lo sciame sismico è diventato perfettamente percepibile dagli abitanti dell’edificio. Durante questi mesi sono comparse numerose crepe sulle pareti, chiedendo un controllo ad una figura di riferimento, un custode, questi ci disse che le crepe visionate nella mia stanza, la 311, erano senza importanza in quanto non si erano formate su di una colonna portante». 

CREPE OVUNQUE. La stanza 311 era nell’ala crollata, proprio di fronte alla 312 che, insieme a quelle situate sopra e sotto di essa, è stata completamente distrutta «e fonte di morte per almeno due persone», continua Giada nel verbale, «senza contare chi alloggiava sopra e sotto di essa, anch’essi scomparsi. Io quella sera mi salvai in quanto ero presso amici. La mia stanza non era l’unica con crepe, infatti, confrontandomi con altri, scoprii che era una situazione comune, a cui ci veniva risposto “non vi preoccupate, la struttura è antisismica”». 

DUE EPISODI CHIAVE. «Ricordo anche due avvenimenti che sul momento non mi colpirono particolarmente ma che ora, alla luce degli ultimi fatti, mi fanno riflettere», dichiara Giada. «Il 30/03/09, a seguito di una forte scossa, io e mia madre, che venne a trovarmi all’Aquila perché fui vittima d’incidente stradale, ce ne tornammo a casa spaventate. Pochi giorni dopo, il 2 o il 3/04/09 scendemmo nuovamente all’Aquila per fare accertamenti medici. In quelle giornate, l’ascensore della casa dello studente, anch’esso situato nell’ala crollata, era tenuto spento anche se funzionante. Ce ne accorgemmo a causa del fatto che fu riacceso per poter permettere a me e mia madre di raggiungere il mio piano con più facilità, in quanto io camminavo con delle stampelle». «Altro episodio da me sottovalutato inizialmente fu quello avvenuto in data 29/01/09. Quella sera stavo festeggiando il mio compleanno nella mia stanza. Ma fui ripresa dicendomi che vi sarebbero potuti essere problemi di sovraccarico della struttura. Mi chiedo come una struttura agibile e perfettamente antisismica possa avere i problemi di sovraccarico e cedimento che mi furono paventati». 

LA FOTO COME PROVA. Di verbali come questo di Giada ne esistono più di trenta, hanno un grande valore per la procura. Così come lo ha la piantina recuperata da Arcangelo. Ma c’è una terza prova che pubblichiamo e che dimostra i crolli annunciati. E’ una fotografia. Chi l’ha scattata, sette giorni prima del terremoto, non poteva sapere che quella stanza con immagini di ragazzi attaccate sul muro, non sarebbe più esistita. Era la 310 del terzo piano che confina con la 309. Gli studenti, tutti amici, tutti preoccupati, osservano verso sinistra la crepa che attraversa il muro e di cui lo scatto che pubblichiamo qui accanto ne fa intravvedere una parte. Questa fotografia diventa un’altra eccezionale prova per la procura. E’ un’immagine che sa di rimpianto perché la tragedia era annunciata nel palazzo che sorgeva in via XX Settembre, nella casa della vita e della morte.

(18 maggio 2009) 

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